CATTIVI INCONTRI

Ciò che segna, insegna!

ADOZIONE: NON-SCELTA CHE CAMBIA LA VITA

Esperienze di lavoro con bambini adottati


ado3Il lavoro con i bambini adottati e con le loro famiglie è estremamente interessante e ricco di spunti utilizzabili in molti altri campi della vita. È un lavoro che mi appassiona e mi coinvolge molto perchè capace di far vibrare corde sottili dell’esperienza psichica di appartenenza e/o di esclusione a gruppi: condizione comune ad ognuno di noi, in quanto esploratori del mondo. Il bambino adottato, nel suo aggrovigliato sistema di appartenenza a gruppi (familiari, culturali, religiosi, ecc.), può richiamare nostri conflitti e contraddizioni relativi a scelte prese a malincuore, fraintendimenti, indecisioni, dubbi, adolescenze travagliate come continua tensione e andirivieni tra gruppo dei pari e legami famigliari, bisogno del nuovo e nostalgia per il vecchio. ado1Il bambino adottato è così: diviso, già scisso e disorientato da un passato indimenticabile ed un presente che sembra chiamarlo a rinnegare le sue origini e ad assumerne di nuove. Non importa quanti anni abbia: tre, quattro o cinque. Deve sbrigarsi! Cucire il nodo tra i due mondi, saper vivere precocemente, anche se immaturo ed incapace, un’adolescenza che non ha come punti di riferimento la famiglia di origine ed il gruppo dei coetanei, ma la famiglia di origine e la NUOVA famiglia di origine. Ricominciare daccapo. Ma come? Mi ero appena abituato… Dove sono i genitori? ado2La mia casa? Non lo so e forse non lo sapremo mai. Hai questo nuovo inizio e non puoi farci altro. A nulla serviranno le tue lacrime e le tue lamentele. Potrai opporti, ma, se non sarai in mani capaci, potrà solo andare peggio. Potresti essere affidato ad una NUOVA nuova famiglia. Finirai, se già non l’hai fatto, ad odiare il nuovo e ad evitarlo. Amerai la routine, sarai abitudinario e odierai chi cercherà di scombinarti i programmi. Amerai la pigrizia e la sicurezza, non vorrai rischiare per scommettere su di te e odierai chi ti vorrebbe così.

Purtroppo sono questi i pensieri, nel loro nascere e dispiegarsi confuso, che riempiono la testa di questi bambini. Molti di loro reagiscono alla nuova famiglia opponendosi per paura di perdere nuovamente l’amore delle nuove figure di riferimento. Altri possono mostrarsi tranquilli ed innocui per paura di essere cacciati o abbandonati una seconda volta. Possono sviluppare sintomi che gli permettano di rimanere sempre più vicino ai nuovi genitori e ad esserne sempre più dipendenti. Vorrei raccontarvi due casi per poter entrare sempre più nel cuore della vicenda.

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Figlia inappetente? Non sottovalutare il problema.

Gaia, 8 anni, è stata adottata quando ne aveva 2. Sembra più piccola dei bambini della sua età, non mangia molto, porta ancora i segni della malnutrizione avvenuta in zone di guerra. Beveva solo latte. E già era tanto. Latte di mamma: punto non indifferente nello sviluppo del suo sintomo, un problema alimentare. È sempre stata una brava bambina, gentile ed educata, fin troppo pacata, tranquilla e rispettosa per la sua età. La sua unica pecca era il mangiare. La madre si lamenta perchè mangia troppo poco. Ultimamente, se ne sono lamentate anche le maestre, così la madre ha deciso di andarla a prendere a scuola per farla mangiare a casa. In questo modo, la bambina passa ancora più tempo con la madre e non beneficia della socializzazione con i compagni di classe durante l’intervallo. Portarla a casa, oltre ad essere inutile, si rivela anche dannoso. Il problema è un altro. La bimba vive uno stato ansioso per la scuola, la madre mostra un atteggiamento ambivalente, dicendole che non importa del voto, ma poi, quando prende voti più bassi, si arrabbia e la sgrida. Mi dice una cosa molto importante, “Bisogna essere perfetti!”, le rispondo “Ma nessuno te lo chiede”. Afferma “Eh, ma te lo fanno capire”. Durante gli incontri, si lega molto e si confida. Le voci della madre la distruggevano interiormente. Dopo una sgridata, era distrutta e piangeva. Successivamente, grazie al lavoro con me, riesce a distaccarsi dai rimproveri della madre e ad affermare tranquillamente la propria opinione. Riesce a non essere più un tutt’uno con la madre per paura di essere abbandonata, se si mostra diversa. Nel lavoro con lei, mi percepisce come una madre e, spesso, per “sbaglio”, mi chiama “mamma”. È proprio grazie a questo spostamento, che il lavoro può procedere. Nel nostro ultimo incontro, ad entrambe viene da piangere, pensando al distacco. Muove in me sentimenti abbandonici, probabilmente, facendomi rivivere quanto è accaduto a lei e/o a sua madre biologica. Un sentimento così vivo, intenso e violento, che l’ha animata e disturbata per così tanto tempo, può finalmente venire risperimentato in modo più felice, restituendole un’immagine migliore di se stessa: non è stata abbandonata perchè inadeguata, non è stata colpa sua. Può permettersi di sviluppare un’identità diversa da quella della madre biologica e da chiunque altro. Può permettersi di essere unica, speciale ed amata nella sua singolarità e specificità.

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Bambino aggressivo? Chiedi aiuto per tempo.

Mirko è un bambino di 5 anni, anche lui è stato adottato. A differenza di Gaia, esprime la propria rabbia per l’abbandono mordendo chiunque si avvicini a lui. I genitori sono disperati e si sentono adeguati. Il bambino li fa sentire inadeguati perchè non si sente degno di amore, dal momento che è stato abbandonato dalla famiglia naturale. Sta tentando di indurre i nuovi genitori ad abbandonarlo per rivivere la sua storia traumatica. E ci stava quasi riuscendo. I genitori decidono di fare un ultimo tentativo, così vengono a parlarmene. Decido di vedere il bambino. Siamo soli in una stanza, sta giocando con dei pupazzi, non mi guarda, non mi saluta. Sembra come se non si fosse accorto della mia presenza. Decido di non sforzarlo ad interagire e rispecchio il suo comportamento. Gioco da sola anch’io, buttando una palla contro il muro. Faccio finta di farmi male e mi accascio al suolo su dei cuscini. Il bambino si avvicina e cerca di rianimarmi. Dopo un po’, apro un occhio e mi sorride. Gli dico che sto meglio e di lasciarmi giocare a palla da sola. Mi ruba la palla e vuole giocare a farmi goal, inizia a ridere e ad urlare. Dopo un po’, mi sdraio e gli dico che non ne ho più voglia. Si avvicina convincendomi a giocare, così gli faccio il solletico. Dopo qualche settimana, durante il gioco, rischia nel dirmi, come un po’ sovrappensiero, “Ti voglio bene!”. Gli rispondo “Anch’io!”. In questo spazio, ho dovuto, naturalmente, tagliare molti passaggi, sintetizzando la vicenda. Oggi Mirko non morde più e può godere delle relazioni come la maggior parte dei bambini. L’ingranaggio della fiducia verso l’Altro è ripartito. Non sempre ci si riesce, condannando questi bambini ad una vita piena di sofferenze, insoddisfazioni e solitudine.

helpIn queste vicende, è stata fondamentale la tempestività, da parte dei genitori, nel chiedere aiuto. Non si sono arresi, né hanno trascurato i sintomi e le stranezze dei propri figli pensando che “Tanto tutto passerà!”. Un bambino non può chiedere aiuto allo psicologo, ma ci sono molti segnali a cui prestare attenzione per capire che necessita di queste attenzioni. Timidezza, aggressività, mal di pancia e rifiuto di cibo, attività ricreative e scuola sono tra i sintomi più diffusi. Se anche tu hai un bambino, adottato o meno, che soffre di queste problematiche, ti invito a contattarmi per una prima valutazione della situazione. A volte, basta davvero poco per risolvere il problema, ma può essere necessario rivolgersi, anche solo per brevi periodi, a specialisti del settore.

Dott.ssa Susanna Premate

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