CATTIVI INCONTRI

Ciò che segna, insegna!

IL CATTIVO INCONTRO CON IL DOCENTE

Il contributo della psicologia per una carriera scolastica felice

cattivo-insegnante

Docente cattivo o cattivo incontro?

Anni fa, quando i bambini venivano rimproverati dagli insegnanti, i genitori si alleavano con questi ultimi, indipendentemente dal motivo del conflitto o della disobbedienza. In questo modo, un vantaggio poteva essere che il bambino doveva confrontarsi con un’unica autorità coesa e non frammentata al suo interno. Di negativo, poteva esserci un’incomprensione ed una sofferenza, nel bambino, che rimaneva non accolta e non capita, rimanendo incistata per anni, contribuendo a creare altre problematiche e cattive relazioni, CATTIVI INCONTRI, nati da una rabbia repressa, non più esprimibile.

boomerang

Sfogare o meno la rabbia, faceva male, tornando indietro al mittente.

Rabbia che, se espressa, tornava soltanto indietro come un boomerang, facendo ancora più male all’interessato e contribuendo alla formazione di un’immagine di sé inadeguata ed incompetente. Spesso, il modo in cui i genitori e gli insegnanti si rapportano al bambino dà indicazioni su quanto pensano di lui (incompetente, competente, simpatico, antipatico, ecc.) ed il bambino continua ad aderire a questa immagine per confermarla perchè l’io si costruisce nella relazione con l’Altro, è plasmato dall’Altro. Anni fa, lo studioso Rosenberg fece un esperimento: disse agli insegnanti di una classe che alcuni bambini, da dei test, erano risultati con ottime potenzialità scolastiche, mentre altri con scarse potenzialità. In realtà, Rosenberg non aveva somministrato nessun test ai bambini ed aveva comunicato agli insegnanti risultati inventati. Alla fine dell’anno, erano risultati migliori i bambini con test positivi e peggiori quelli con test negativi. Gli insegnanti si erano fatti, inconsciamente e consciamente, influenzare dalla comunicazione dei risultati di Rosenberg, trattando meglio e stimolando i bambini potenzialmente più bravi e scoraggiando quelli scarsi. Dunque, una buona strategia per favorire l’apprendimento può essere quella di connotare positivamente gli sforzi dei bambini e restituirgli sempre un’immagine positiva che si ha di loro.

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Quando un bambino dice ‘Il Re è nudo!’, non è più un bambino!

Un’autorità unica e coesa, indipendentemente dalla particolarità della situazione, presuppone anche una ragione, una verità dalla parte genitoriale o educativa, senza possibilità di appello. A questo proposito, vorrei introdurre la favola del Re nudo. Un Re viene ingannato nell’indossare un vestito che, in realtà, non esiste. Tutti non fanno che far finta di ammirare questo vestito, confermando al Re l’immagine di sé che vuole offrire agli altri. Poi, un bambino dice “Il Re è nudo!”. In questo caso, a seconda del livello di maturità ed autenticità del Re, potremmo avere un’arrabbiatura o una messa in discussione dello stesso.

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Come dire la (propria) verità senza essere cacciati?

Anche il modo in cui il bambino dice al Re che è nudo può influire nella reazione di quest’ultimo. A questo proposito, vi racconto un aneddoto. Una mattina, come spesso succedeva, il califfo Harun al-Rashid convocò un indovino e gli raccontò il seguente sogno: ” Ho sognato che i miei denti cadevano l’uno dopo l’altro e alla fine la mia bocca restava senza denti. Cosa ne pensi?” “Oh! Signore, non è un buon segno. Il sogno significa che i tuoi parenti moriranno prima di te e tu rimarrai solo!” gli disse l’indovino. Il califfo dapprima si rattristò e poi si infuriò a tal punto che ordinò all’indovino di andare via e di non farsi più vedere. Quindi convocò un altro indovino e anche a questi raccontò il suo sogno. Questi gli rispose: “Oh! mio signore, è un buon segno. Il sogno prevede che la tua vita sarà lunga e che tu sopravvivrai ai tuoi parenti e vivrai più a lungo di tutti!”. Il califfo tutto contento disse: “Che bel sogno!”, e diede cento denari all’esperto che lo aveva interpretato così bene. Più tardi il califfo chiamò il visir e gli ordinò di cercare il primo indovino e di chiedergli scusa per come era stato cacciato dal palazzo. In fondo, il primo gli aveva rivelato la medesima cosa, ma aveva solo sbagliato la maniera di dirla. Anche la verità più scottante si può dire in modo gentile, tale da essere accettata senza disappunto da chi ci ascolta. Ovvero, bisogna dire la verità e in questa verità dire qualcosa che sia gradevole allo Spirito della persona che ascolta. Si può ben dire che la gentilezza è l’intelligenza del cuore.

sbaglio

Qualunque cosa faccio, sbaglio. Quindi, non vado bene comunque.

Oltre a ciò, si possono formare anche incastri educativi funzionali o meno ad un apprendimento efficace, che possono riflettere la stessa logica di incastri genitori-figli che permettono a questi ultimi una crescita più o meno sana. Argomento con qualche esempio. Valentina, ragazza sedicenne, prende sempre brutti voti in storia. Ad un colloquio più accurato, emerge una sua lamentela rispetto certi paradossi che accadono nell’interrogazione. Quando tenta di approfondire un concetto, l’insegnante le dice “Sì, ma vorrei più sintesi!”, mentre, quando è sintetica, le dice “Avresti dovuto studiare in modo più approfondito!”. Si viene a creare un’idea di sé come studentessa del “Qualsiasi cosa faccio, sbaglio!”. Facendola parlare dei suoi rapporti con i genitori, emerge che anche con la madre ha un rapporto simile. Ad esempio, delusa da una storia sentimentale, la madre le dice “Dovresti distrarti uscendo di casa!”. Quando la figlia esce di casa, la madre le dice “Per fortuna dicevi di essere innamorata! Ti è già passata e ti diverti come prima!”. Notiamo come la percezione di essere inadeguata rispetto le richieste è incistata in questa ragazza, talmente tanto da essere ricreata anche all’interno di altre relazioni, per domandare inconsciamente una risoluzione. Non potendo vedere queste dinamiche, Valentina avrebbe potuto rischiare di rimanere intrappolata per tutta la vita nella gabbia della madre. Con un colloquio tra l’insegnante e la psicologa, si riuscì a chiarire ancora meglio le cause, approfondendo la storia dell’insegnante: insoddisfatta di quello che ottiene, domandando altro, anche in altre relazioni significative della sua vita perchè lei stessa non riusciva mai ad aderire alle aspettative della madre, che le chiedeva sempre di più.

Un ruolo, quello dello psicologo, che può andare anche tra i banchi di scuola per cercare di fare chiarezza ed offrire a studente e docente maggiori possibilità di soddisfazione formativa e lavorativa. Per maggiori informazioni, consulta la pagina dedicata a questo tipo di consultazione: AREA SCUOLA

Susanna Premate

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Questa voce è stata pubblicata il 25/09/2016 da in ciao con tag , , , , , , , .
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