CATTIVI INCONTRI

Ciò che segna, insegna!

DISCIPLINA DELLA SCELTA, DANNO PER LA SCELTA!

Dalla clinica al lavoro attraverso la clinica

lavagna

Negli ultimi anni, nelle università Italiane, i corsi di Psicologia sono fortemente aumentate, ad esempio, a Milano ce ne sono ben tre, mentre, inizialmente, erano presenti soltanto a Padova, Roma e Palermo.

Da una parte, questo può essere un fatto positivo per quanto riguarda la formazione accademica, in quanto gli studenti non devono necessariamente fare i pendolari o trasferirsi in un’altra città, gravando ulteriormente sulle spalle dei genitori, anche se questo fenomeno è ugualmente presente perchè, nel momento in cui si ha la possibilità di scegliere, si tenta di decidere l’opzione formativa più adatta alle proprie inclinazioni, ad esempio si può scegliere una facoltà che permette uno studio approfondito sulle neuroscienze, piuttosto che una più orientata allo studio delle relazioni familiari, anche se questi aspetti possono essere fortemente interconnessi. Altro aspetto positivo della proliferazione di corsi può essere la possibilità di decentrarsi dalla prospettiva assolutista istituzionale e credere possibile che ciò che è importante per qualcuno può risultare assolutamente accessorio per qualcun altro e, dunque, lo studente ha la possibilità di orientare la costruzione della propria identità professionale, attingendo da più fonti e formandosi così un pensiero critico (Molinari & Labella, 2007).

Tuttavia, è chiaro che al proliferare delle facoltà di psicologia corrisponda un incremento del numero di psicologi formati e, dunque, minori possibilità lavorative (Bosio, Lozza & Bergonzi, 2004).

scegliscegliere

Ecco che, quindi, paradossalmente, nella disciplina che fa della scelta la sua forza (Gattico & Storari, 2005), questa scelta sembra recarle danno… Non sempre poter scegliere tra molteplici opzioni può essere positivo, anzi, a volte può essere dispersivo ed inconcludente, come quando alla tv facciamo zapping per finire a non vedere nulla, piuttosto che frammenti di film e programmi.

A questo riguardo, le ultime polemiche riguardano la possibilità di inserire il numero chiuso, che attualmente è chiuso soltanto in modo aleatorio, dato che risulta possibile cimentarsi in molteplici test d’ingresso che, per lo più, vengono fatti in giorni diversi, per l’entrata in uno stesso anno accademico (Santarpia, 2014). Questa procedura di restringere i candidati in psicologia ha, però, l’implicito della questione etica ed è una manovra dall’alto verso il basso: è giusto decidere del futuro di un soggetto con un test d’ingresso che di psicologico, peraltro, non ha nulla? Che valore possono avere, in corrispettiva, gli sportelli di orientamento universitario? Orientare verso ciò che è il soggetto o orientare verso ciò che è la società? Cambia il soggetto ed il suo percorso accademico o può cambiare la società per consentire al soggetto di esprimere ciò che è o ciò che vuole essere? La manovra del numero chiuso ha anche ripercussioni a livello della pratica clinica perché è una manovra prescrittiva, che non orienta il soggetto a non cedere sul proprio desiderio. Dunque, risulta essere una manovra non corretta eticamente, nè clinicamente. Per di più, molti di coloro che non entrano a psicologia, si cimentano in altre facoltà finendo per ritirarsi o andare fuori corso perché non mossi dalla passione o, se finiscono, possono decidere di intraprendere successivamente il percorso psicologico. Tutte queste “opzioni” contribuiscono al mantenimento della tanto agognata situazione del giovane-adulto (Rossi & Bramanti, 2012).

costruttore

La clinica insegna che, anziché lamentarsi dei propri mali, bisogni individuare il proprio ruolo di artefici nel disordine lamentato e risolvere la questione, cambiando di posizione ed investendo energie in ciò che non si è mai fatto (Freud, 1914). Così, da qui, possiamo aprire le porte all’opzione non così nuova dello psicologo che attivamente tenta di cambiare l’immagine che la popolazione ha di lui, per poter lavorare.

marketing

Questo è stato fatto, per lo più, in termini promozionali, sul web, infatti, si possono facilmente rintracciare numerosi Ebook o articoli, che spiegano come lo psicologo possa vendersi al meglio, che non sono aprioristicamente da sottovalutare. Il vice-presidente OPL Luca Mazzucchelli spinge verso questa direzione ed apre anche verso la strada della riduzione del pregiudizio nei confronti dello psicologo, con il canale YouTube[1], molto frequentato.

Tuttavia, spesso le persone rimangono ancorate ad antichi e pregiudiziali standard di riferimento, ad esempio, pensano che dallo psicologo si debba andare soltanto, come ultima possibilità, quando si sta male e non per stare meglio e per soddisfare il proprio desiderio di crescita personale. Questo cruciale snodo alimenta anche l’investimento che potenziali pazienti dello psicologo fanno nei confronti di counselor, counselor filosofici e coach, la cui terminologia semantica rimanda intuitivamente ad accezioni positive e di potenziamento della persona.

bertini

Mario Bertini, psicologo della salute

A questo riguardo, concordo con l’interpretazione della questione proposta da Mario Bertini (2012) e la integrerei con la diffusa confusione-assimilazione dei ruoli di psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista e psichiatra.

In particolare, l’autore afferma che il linguaggio plasma il pensiero, che a sua volta influenza il linguaggio e che, dunque, senza determinati termini sia difficile pensare e diffondere una determinata cultura. Fa l’esempio della creazione del pregiudizio sullo psicoterapeuta a partire dalla sua denominazione di ‘strizza-cervelli’ e afferma che, invece, non si è parlato di ‘accarezza-cervelli’, così come, pensa che si sia diffusa una cultura della cura della patologia e non orientata alla promozione delle risorse a causa della diffusione di termini, quali ‘psico-terapia’ e, per raggiungere il suo scopo di diffondere una cultura positiva, vorrebbe proporre l’introduzione, nel linguaggio, anche dei termini ‘psico-promozione’ e ‘psico-saluto-genesi’.

Essendo consapevoli che, spesso, anche a livelli socio-economici medio-alti della popolazione, lo psicologo venga assimilato alla figura dello psicoterapeuta, ne risulta che quanto di pregiudizievole il linguaggio crea nei confronti della cultura psicoterapeutica possa essere anche traslato nella cultura psicologica.

Lo stesso Bertini (2012) afferma, infatti, che anche la stessa parola ‘clinica’ dovrebbe essere cambiata in ‘ortogenetica’ perché clinè significa letto e, dunque, ha un’intrinseca accezione negativa, in quanto rimanda ad una persona che sta male[2]. Tra l’altro, al giorno d’oggi si parla ancora di psicologia ‘clinica’ e non di ‘ortogenetica’ nonostante si sappia che questa disciplina è stata così denominata a causa di Witmer, il quale si rese conto di aver erroneamente preso in prestito il metodo clinico dalla medicina, facendo così identificare la psicologia clinica con una sorta di psicologia medica che, dunque, cura chi sta male. Witmer si pentì di questo sbaglio, affermando che la psicologia è utile anche per prevenire determinati sviluppi patologici e promuovere importanti risorse.

forma contenuto

Dunque, la psicologia che è tanto preoccupata di apparire scientifica con misurati e quantificati indici numerici e procedure sperimentali e che è disposta a cambiare i propri paradigmi, entrando in periodo di scienza rivoluzionaria (Kuhn, 1962), sembra non disposta ad accogliere cambiamenti riguardanti il linguaggio per designare i concetti ed i costrutti che indaga. Vi è la disponibilità di un cambiamento soltanto nei confronti dei contenuti e non della forma attraverso la quale questi contenuti vengono enunciati. Eppure, è proprio questa la disciplina che paradossalmente sostiene l’importanza di utilizzare il linguaggio del paziente per permettergli di sentirsi capito e per aiutarlo a cambiare. Ancora una volta, come da più poli fortemente denunciato, la psicologia utilizza il proprio metodo per gli Altri (i pazienti) e mai per se stessa, proietta[3] il proprio modo per essere aiutata sul modo di aiuto per gli Altri ed, allo stesso modo, paradossalmente, denunciando quei professionisti che vogliono aiutare gli Altri come conscia o, per lo più, inconscia soluzione compensatoria dell’aiutare se stessi.

Si potrebbe pensare che così come i Soggetti co-costruiscono e sono co-costruiti dalla società e dalla cultura in cui vivono, allo stesso modo, gli psicologi co-costruiscono e sono co-costruiti dalla disciplina psicologica e dalla cultura che di lei se ne ha. Ne consegue che studiare lo psicologo e ciò che lo ha spinto a diventarlo sia connaturato ad approfondire quella sorta di collettiva sovrastruttura[4] inconscia che emerge dalla disciplina psicologica, sovrastruttura formata dalle proiezioni identitarie degli psicologi e che, viceversa, li riflette. Nel soggetto, società e cultura; in società e cultura, il soggetto. Nello psicologo, la disciplina psicologica e l’immagine che se ne ha; nella disciplina psicologica e l’immagine che offre di se stessa, lo psicologo.

Con questo non voglio ridurre il metodo psicologico ad una pura proiezione, come avviene in ambienti psicoanalitici per la formazione di aspiranti analisti che si cimentano in confutazioni dei loro Maestri – ridotte a soli problemi di transfert negativo (Cremerius, 1999; Kernberg, 1996) –, ma, quanto meno, interrogarlo su quanto di se stesso proietta per aiutare gli Altri che potrebbe aiutare se stesso.

Per ridurre la resistenza al cambiamento del linguaggio, la psicologia potrebbe, inizialmente, affiancare entrambi i termini ‘clinica’ ed ‘ortogenesi’ per lasciare solamente la denominazione ‘ortogenesi’, automatizzata sia a livello del linguaggio che del pensiero. Un po’ come è avvenuto per il cambiamento del canale ‘telemontecarlo’ in ‘la7’ o della lira in euro.

Sarebbe un cambiamento da apportare con accortezza perché i nomi con cui ci definiamo sostengono la nostra identità. Di conseguenza, soprattutto per le discipline, il modo con il quale vengono designate, mostra una qualche verità di ciò che sono, anche se questa verità – ciò che fanno – è diverso dal nome che utilizzano per identificarsi. Si potrebbe aiutare la disciplina psicologica, non dico a diventare ciò che è, ma a far sì che l’immagine che offre agli Altri sia più vicina alla realtà di ciò che è; secondo Lacan ed il suo schema L, impossibile, indesiderabile e certamente imbarazzante per il Soggetto che non mostra di sé che un’immagine (Palombi, 2009).

Ma, del resto, chi è un ‘paziente’[5] se non un ‘colui-che-soffre’?

Renzo Carli, docente e psicoanalista

Renzo Carli, docente e psicoanalista

Inoltre, ciò che potrebbe rafforzare la riduzione dei pregiudizi e diffondere ciò che realmente fa lo psicologo, potrebbe essere un dialogo ad personam, per indagare l’immagine che un soggetto ha dello psicologo e capire come se la sia fatta, cercando di de-idealizzarla dal potere magico da cui è investita, ma anche dall’alone, in un certo senso, malvagio ed oscuro, che orienta il soggetto nella direzione di una non-domanda su se stesso, da articolare con lo psicologo. Vorrei soggettivare la politica anti-pregiudiziale, in quanto, si potrebbe trattare questo problema come un normale problema clinico, simile alla tipologia di problema designata da Renzo Carli per indicare la difficoltà nella formazione di psicologi (Carli, Grasso & Paniccia, 2007). Un soggetto, ad esempio, può avere problemi a piangere perché ha ereditato dal padre il pregiudizio, il mito che l’uomo sia forte e non pianga, dunque, un clinico potrebbe aiutarlo a separare l’immagine che lui stesso può avere di uomo dall’immagine che il padre gli rimanda, in modo tale da poter avere la libertà di scegliere se tramandare o trasgredire questo pregiudizio. Per fare questo, molto spesso, come è largamente diffuso nella classe professionale, è necessario un personale percorso clinico e non bastano libri, piuttosto che consultazioni online, come appare da molti forum di psicologia[1], nei quali i professionisti rimandano l’utente ad un proprio percorso di consultazione. Parallelamente, anche il mito, il pregiudizio dello psicologo, sia nella sua forma grandiosa che in quella oscura, può essere trattato mediante l’ausilio di un percorso personale, cucito su misura al soggetto. Attraverso l’instaurazione di una relazione con lo psicologo, si potrebbe cambiare l’opinione che se ne ha di lui. In ambito sociale, questo concorderebbe con già avvenuti esperimenti sul pregiudizio, come ad esempio l’ipotesi del contatto di Allport (1954).

att

Quanto sopra riportato deriva da riflessioni e spunti articolati in un gruppo di studenti dell’Università Cattolica di Milano, coordinato dalla dott.ssa Anna Porro Schiaffinati. Questo gruppo si è auto-denominato ‘Attivamente Psicologi’ ed è nato da oltre un anno grazie ad uno spunto riflessivo della docente che rilevó nell’opinione pubblica il pregiudizio che si va dallo psicologo perchè si sta male e non per stare meglio.

Dopo un’accurata riflessione e la lettura di numerosi articoli, concorda con la letteratura contemporanea con il fatto che l’attuale immagine dello psicologo che ha l’opinione pubblica è stata co-costruita dagli stessi professionisti e che, dunque, come tale, possa essere de-strutturata e ri-costruita in modo più adeguato dagli stessi psicologi e studenti di psicologia.

È possibile seguire e comunicare con il gruppo, consultando la pagina facebook ‘Attivamente Psicologi’, all’indirizzo

https://www.facebook.com/AttivamentePsicologi?fref=ts.

Susanna Premate

[1] Visionabili sul canale youtube https://www.youtube.com/user/psicologomilano

[2] Tra l’altro, lo stesso slogan definitorio di Mazzucchelli“Lo psicologo che non usa il lettino” (www.psicologo-milano.it) – ha come assunto il fatto che molti o alcuni psicologi usino il lettino (cfr. Bandler & Grinder, 1980), mentre soltanto gli psicoanalisti e, al giorno d’oggi, nemmeno tutti lo utilizzano. Quindi, questa formulazione potrebbe trarre in inganno gli utenti, inducendoli a pensare che lo psicologo possa utilizzare il lettino, rendendolo prossimo all’assimilazione dello stesso all’analista.

[3] In una proiezione atipica, non piccolo-piccolo (da soggetto a soggetto) o piccolo-grande (dal soggetto alla società o ad un gruppo cui appartiene), ma grande-piccolo (dalla disciplina, co-creata dai singoli, al singolo o ai singoli). Il contrario di proiezione è introiezione, ma in questo caso non sarebbe un termine corretto perché non è un soggetto, ma l’insieme dei soggetti formanti la cultura psicologica, che proietta una soluzione, che potrebbe andare bene alla cultura psicologica, sui soggetti.

[4] Avendo come punto di riferimento la ‘struttura’ del soggetto, con ‘sovra-struttura’ intendo una struttura collettiva di più soggetti appartenenti ad un unico gruppo, quindi una struttura che sia al di fuori del soggetto e lo comprenda, esprimendo ciò che è.

[5] Da patior, soffrire

[6] Un esempio ne è il sito internet http://www.medicitalia.it/consulti/Psicologia

Bibliografia

Allport, G. W. (1954). The nature of pregiudice. New York: Addison-Wesley.

Bandler R., & Grinder, J. (1981). La struttura della magia. Roma: Casa Editrice Astrolabio- Ubaldini Editore.

Bertini, M. (2012). Psicologia della salute. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Bosio, A. C., Lozza, A., Bergonzi, R. (2004). Le professioni dello psicologo: fra difesa dell’esistente e ricerca di nuovi posizionamenti. Micro & Macro Marketing, 1, 2004, 155-168. (http://www.rivisteweb.it/doi/10.1431/13052)

Carli, R., Grasso, M., & Paniccia, R. M. (2007). La formazione alla psicologia clinica. Pensare emozioni. Roma: FrancoAngeli

Cremerius, J. (1999). I limiti dell’autorischiaramento analitico e la gerarchia della formazione istituzionalizzata. Psicoterapia e Scienze Umane, XXXIII, 3, 5-22.

Freud, S. (1914). Ricordare, ripetere e rielaborare, in Opere di Sigmund Freud (OSF), Torino: Edizione Bollati Boringhieri, 1976-1980, vol. VII.

Gattico, E., & Storari, G. P. (2005). Costruttivismo e scienze della formazione. Milano: Edizioni Unicopoli.

Kernberg, O. (1996). Thirty methods to destroy the creativity of psychoanalytic candidates. International Journal of Psychoanalysis, 77, 5, 1031-1040.

Kuhn, T. (1962). The structure of scientific revolutions. Chicago: University of Chicago Press.

Molinari, E., & Labella, A. (A cura di) (2007). Psicologia clinica: dialoghi e confronti. Milano: Springer Verlag

Palombi, F. (2009). Jacques Lacan. Roma: Carocci.

Rossi, G., & Bramanti, D. (2012). La famiglia come intreccio di relazioni: la prospettiva sociologica. Milano: Vita e Pensiero.

Santarpia, V. (9 gennaio 2014). Troppi psicologi, «ci vuole il numero chiuso». Novantamila iscritti all’Ordine, record in Europa. Ma solo la metà lavora, e le facoltà sono al collasso. Il Corriere della Sera.

(http://www.corriere.it/scuola/14_gennaio_09/facolta-psicologia-collasso-ci-vuole-numero-chiuso-21074bf0-793d-11e3-a2d4-bf73e88c1718.shtml)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: