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EMOTICONS: SCHIOCCHEZZA O STRUMENTO DEL PENSIERO?

IMG_3372Da alcuni anni, si sono sempre più diffuse le cosiddette emotions, ossia faccine da integrare nel testo, specialmente di sms, che esprimono i sentimenti e le emozioni che proviamo. Da una parte, assieme al linguaggio abbreviato dei messaggi, sono state criticate perché possono impoverire il linguaggio e far evitare alle persone di definire in forma scritta come esse si sentano.
Ma, a mio parere, dall’altra, possono costituire un modo per esprimere le emozioni diverso rispetto il linguaggio verbale e con un maggior impatto emotivo, infatti, ad esempio, scrivere che una cosa ci fa molto ridere ha un impatto relazionale minore rispetto al mettere in sequenza una serie di faccine con le lacrime agli occhi dalle risate.
Inoltre, non so se vi è mai capitato, a volte, personalmente, quando faccio un discorso o penso a cosa dire in una determinata situazione, così come visualizzo nella mia mente le parole, visualizzo anche determinate emotions che vorrei trasferire all’interno di ciò che dico, ma, tradotte in parole, mi rendo conto che non avrebbero lo stesso impatto emotivo delle immagini. Le figure, infatti, vengono utilizzate sia sul web che in ambito pubblicitario per attirare l’attenzione dei potenziali clienti o acquirenti e sono, da loro, più facilmente ricordabili.
Anche youtube ha questo grande successo perché è basato sul sistema visivo che, assieme a quello uditivo, interessa le persone, le diverte e le fa ricordare. Mi chiedo, quindi, se anche l’utilizzo delle immagini possa rientrare nel linguaggio scritto, al pari delle lettere, delle parole e delle frasi, potenziando ed articolando il pensiero. Vi è, infatti, un legame indistruttibile tra linguaggio e pensiero e l’uno potenzia l’altro.
Già Worfh affermò che la ricchezza di termini che abbiamo a livello del linguaggio potenzia ed amplia il nostro pensiero, infatti, ad esempio, gli Eschimesi hanno almeno 70 modi per dire neve perché gli è utile distinguere tra diversi tipi di nevicate. L’ambiente in cui viviamo ci porta a creare un linguaggio che lo rifletta e che ci aiuti a pensarlo e a comunicarlo all’Altro.
Questo, si riflette anche a livello di pratica psicologica perché, come hanno dimostrato Bandler e Grinder, un Soggetto si trova in una situazione dolorosa e senza apparente possibilità di scelta non perché il mondo sia troppo povero per lui, ma perché ne ha una rappresentazione, a livello del pensiero, che si riflette sul linguaggio, che è troppo povera per soddisfarlo.
Per ampliarne la visione del mondo, è quindi opportuno fargli domande che gli chiedano di specificare cosa intende dire o come fa a sapere una determinata cosa, ad esempio che il marito non è interessato a lei. Spesso, a livello di pensiero, e dunque di linguaggio, operiamo delle equivalenze false perché generalizziamo un’equivalenza tra una causa ed un effetto, verificata in una determinata situazione, anche a tutte le altre situazioni ed ai più svariati fenomeni.
Se aiutare un paziente significa parlare il suo linguaggio, dovremmo, come ogni esponente della PNL direbbe, chiedersi cosa si intenda per linguaggio. Bandler e Grinder hanno inteso soltanto il linguaggio verbale e quello non verbale, ma io aggiungerei anche il linguaggio delle nuove tecnologie, il linguaggio per immagini ed ogni tipo di linguaggio artistico, dalla scrittura alla scultura, che veicola, sottilmente, una certa verità del Soggetto.
Già note sono le analisi di registi, piuttosto che di pittori che cercano di esprimere attraverso l’arte la propria personalità ed i propri conflitti psichici.

Susanna Premate

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Questa voce è stata pubblicata il 04/01/2015 da in ciao con tag , , , , , , , , , .
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